Dacia Manto, Bologna / Milano

« indietro Premio Agenore Fabbri 2009 / 2010

Dacia Manto

Il raggio d’azione di Dacia Manto, disegnatrice e autrice di installazioni, si estende di preferenza alla dimensione spaziale, e spesso l’artista, vestita di fantastici costumi da fata o da angelo biondo, si trasforma in performer, divenendo parte dell’installazione stessa. Se effettuiamo una panoramica generale dei suoi lavori, ciò che innanzitutto salta agli occhi è il suo interesse per i materiali più diversi e per le strutture complesse (tessiture, intrecci, nodi, reti) che, con una frequenza che non passa inosservata, l’artista colloca al suolo, sul pavimento dei luoghi d’esposizione, quasi fossero trame intricate e lussureggianti che si espandono nello spazio, colonie di licheni che si riproducono e si moltiplicano, miceli di funghi esotici che si sviluppano nel sottosuolo o radici ramificate, inestricabili. La scelta artistica di lasciare che i suoi complessi lavori si sviluppino in orizzontale è già di per sé indice della ricerca da parte dell’artista del contatto con la terra in quanto origine della vita nella natura, poiché è da lì, dalla natura, che ricava le nozioni necessarie per le sue morfologie artificiali, nelle quali affiorano costantemente principi che vanno interpretati in analogia con processi naturali, elementari, di crescita organica. Alla memoria dell’osservatore vengono dunque richiamate strutture vegetali quali polloni dall’intreccio irregolare e dal germogliare selvaggio, ricoperti di fiori, piante rampicanti, liane, rami e viticci, nonché muschi, felci e piccoli arbusti in crescita casuale. Anche le formazioni geologiche sembrano ispirare l’artista, dal momento che in alcuni dei suoi lavori sperimenta soluzioni formali che si rifanno in modo massiccio a fenomeni quali conglomerazioni, sovrapposizioni, stratificazioni ma anche dislocazioni e fagliamenti; elabora, inoltre, utilizzando materiali quali il polistirolo e la resina espansa, strutture a rilievo che hanno l’aspetto di scalfitture, di fratture, o appaiono come il risultato di processi di desertificazione ed erosione.

Che dietro questo procedere artistico ci sia un’intenzione che potremmo addirittura definire biologistica, un mito della natura formulato in modo originale, appare evidente. Ma l’artista non mira in nessun caso a una rappresentazione naturalistica di fenomeni botanici reali, visibili nel concreto, o di altre situazioni empiriche a noi note sulla base dell’esperienza comune e da noi ripetibili (per quanto nella sua opera siano senza dubbio presenti anche motivi di questo genere). Ciò che le interessa è in primo luogo immaginare una dimensione sconosciuta, fantastica e misteriosa dell’universo, della natura e della vita, dare concretezza creativa a un’interpretazione personale dei principi dell’essere, del divenire e del morire.

Questa idea si manifesta con immediatezza nei delicati disegni che l’artista esegue su carta con la grafite e nei quali delinea visioni di una vegetazione suggestivamente esotica, lussureggiante e completamente libera, nella quale non si è ancora introdotta, a ripulirla e ordinarla, la mano, ovvero la forbice, di un giardiniere. L’artista ci mostra la natura come dotata di un’anima, come energia riproduttrice, ce la mostra nella forma primordiale della crescita selvaggia e irregolare e dell’affermazione egoistica delle proprie vitalistiche possibilità di crescita e di sviluppo in conflitto con quelle di altre forme vegetali, che cercano non meno delle restanti di conquistare il proprio spazio, il che porta alla formazione di un groviglio di piante intrecciate fra loro nell’intrico caotico e inestricabile di una giungla in cui è impossibile penetrare. Dacia Manto disegna immagini dell’espansione della vita organica in uno stadio primitivo nel quale le piante, libere e selvatiche, conquistavano la terra. L’artista prende le mosse da microrganismi e forme di vita semplici, quali microbi, molluschi, fuco e alghe, per arrivare a immagini che mostrano rigogliosi e pittoreschi giardini incantati che lei scopre in parte nell’ambiente che la circonda, come lasciano supporre le reti di recinzione raffigurate in alcuni dei suoi disegni. Questi frammenti di realtà testimoniano il fatto che tali soggetti hanno origine da una percezione concreta. In alcuni disegni, come pure in una categoria specifica delle sue installazioni, è possibile notare una predilezione dell’artista per le dottrine segrete dell’alchimia e per le pratiche esoteriche di una scienza prerazionale che si muove sulle tracce della vita. Questa predilezione trova espressione in particolare nelle grandi installazioni, nelle quali l’artista simula situazioni di laboratorio disponendo – su dei tavoli ma anche sul pavimento – recipienti, ampolle e panciute bocce di vetro che a loro volta racchiudono contenitori vitrei di forme diverse, ricolmi di liquidi in cui sembrano proliferare colture che alludono a una vita vegetale artificiale, germogliante appunto da un terreno di coltura. In più l’artista collega questi recipienti con tubi di plastica trasparenti, dando vita a intricatissime ramificazioni e creando l’impressione che sia in atto una circolazione di umori generata artificialmente, in analogia con quella dei vasi sanguigni o dei vasi linfatici delle piante.

Klaus Wolbert

Curriculum

Dacia Manto è nata l’11 novembre 1973 a Milano e vive e lavora a Bologna e Milano. Nel 2005 ha vinto il premio “Giovani Artisti da conoscere“ delle Accademie di Belle Arti di Bologna e Roma, svoltosi a Ripatransone, Ascoli Piceno; nel 2008 è stata vincitrice di “Geniali”, Premio Alitalia per la Giovane Arte italiana, e sempre nel 2008 è stata finalista della nona edizione del Premio Cairo a Milano.